Ogni amministratore delegato e ogni manager che sta mettendo AI dentro la propria organizzazione dovrebbe leggere l'enciclica (o almeno la sua introduzione). Non per ragioni spirituali. Perché è il testo che riporta la questione dell'intelligenza artificiale dove dovrebbe stare: a livello di collettività, non di singolo. Di più, propone un modello che se è pensato per la società tutta, credo sposi perfettamente anche le singole organizzazioni (anche quelle economiche)
La Magnifica Humanitas si apre con due immagini bibliche e tutta la forza del documento sta lì. Da una parte la Torre di Babele: un progetto di potenza, autosufficienza, uniformità, che sacrifica la dignità delle persone all'efficienza. Dall'altra la ricostruzione delle mura di Gerusalemme sotto Neemia: lenta, comunitaria, fatta affidando a ciascuno il suo tratto di muro. Leone XIV pone il bivio in modo netto. Stiamo costruendo Babele, efficiente e disumanizzante, o stiamo ricostruendo una città dove si abita insieme? Questa è esattamente la domanda che nessuna roadmap di adozione AI si pone a livello statale ma anche a livello aziendale: stiamo costruendo silos dipartimentali che puntano all’efficienza operativa o stiamo distribuendo intelligenza collettiva?
Il punto di partenza dell'analisi è al paragrafo 5, e Marco Bani lo coglie bene nella sua newsletter Superpoteri: per secoli l'innovazione era guidata dagli Stati. Oggi i motori dello sviluppo sono attori privati transnazionali con risorse superiori a molti governi. Chi possiede dati, cloud, modelli e distribuzione fissa le condizioni di accesso, le regole di visibilità, le possibilità di partecipazione di tutti gli altri. È la fotografia dell'asimmetria su cui si gioca tutta la partita di questo decennio.
C'è poi una parola che Andrea Colamedici isola con precisione nella sua lettura per Tlon, e che mi è rimasta addosso più di tutte. Al paragrafo 98 l'enciclica scrive che le moderne intelligenze artificiali sono più "coltivate" che "costruite": gli sviluppatori non progettano ogni dettaglio del comportamento, ma creano un quadro entro cui il sistema cresce, al punto che le rappresentazioni interne e i processi di questi sistemi restano oggi in parte sconosciuti perfino a chi li addestra. Coltivare, non costruire. Il cambio di paradigma rispetto alla Rerum Novarum del 1891 è tutto qui: allora la macchina era costruita, posseduta, ferma davanti all'operaio. Oggi la macchina cresce. E questo sposta la responsabilità in modo radicale. Un software lo installi e lo correggi a valle. Un modello generativo lo nutri, lo poti, lo monitori, e continua a cambiare mentre lo usi.
Qui sta l'elemento centrale che le imprese italiane stanno ignorando. Ho visto questa dinamica in molti progetti di adozione: si parte con un obiettivo di efficienza, si arriva sei mesi dopo con persone che hanno perso autonomia di giudizio senza che nessuno lo avesse pianificato. Non per malevolenza, quanto per assenza di struttura. Assenza di ruoli chiari e pratiche collaborative (tipiche delle self managed organization). Solo KPI di produttività. Il sistema funziona, il lavoro si è impoverito, e nessuno ha un nome per quello che è successo.
Vale la pena fermarsi anche su un pezzo che il dibattito italiano ha quasi ignorato. L'enciclica denuncia il lavoro invisibile che sta sotto l'infrastruttura AI globale: l'etichettatura dei dati affidata a lavoratori del Sud del mondo pagati una miseria, lo sfruttamento minerario per i dispositivi, le terre rare estratte in condizioni disumane perché il flusso del calcolo non si interrompa. Non è uno scenario lontano. È la supply chain tecnologica di qualsiasi impresa che oggi compra API, cloud e modelli preaddestrati. Il fatto che non la si veda non significa che non esista.
E qui arrivo al punto su cui voglio essere più netto, perché è quello su cui l'enciclica è stata raccontata peggio. È stata letta come un testo che vorrebbe nazionalizzare i dati, mettere algoritmi e infrastrutture in mano allo Stato. È falso, e lo capisci appena la apri. Credo dica l'esatto (al 108 ad esempio) contrario dello Stato-padrone: i dati sono frutto del contributo di molti, non vanno svenduti né affidati a pochi, e vanno gestiti in modo creativo come bene comune o condiviso, in uno spirito di partecipazione. Va anche oltre, e dice una cosa che condivido: nella rivoluzione digitale il livello più alto non è più lo Stato, ma i grandi attori tecnologici che esercitano un potere di fatto sulla vita quotidiana, e la risposta non è un nuovo monopolio pubblico ma la sussidiarietà, cioè decisioni prese il più vicino possibile a chi ne subisce gli effetti. Chiude la porta a ogni equivoco statalista: la sussidiarietà non giustifica né il disimpegno dello Stato né che esso sostituisca i corpi intermedi.
Questo è esattamente il terreno su cui lavoriamo. governance distribuita: commons, data trust, cooperative, regole condivise gestite vicino al problema. Da anarchico non credo nella inevitabilità della funzione centrale dello Stato. Ma non credo neppure che sia una buona idea lasciare l'infrastruttura cognitiva del pianeta in mano a tre laboratori privati che perseguono lo scopo di lucro. La strada sta in mezzo, ed è la stessa che l'enciclica chiama sussidiarietà. Curioso punto di incontro tra un Papa e un anticlericale.
La mia lettura resta questa: Magnifica Humanitas è importante perché rimette l'AI dentro una grammatica collettiva. Il rischio è che venga assorbita come "bel testo" senza scendere nei luoghi sporchi delle decisioni. Contratti. Appalti. KPI. Consigli di amministrazione.
Leggetela. Anche solo l'introduzione, nel farlo ho pensato un’altra frase altrettanto potente, quelle che Kennedy usava:
"Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo paese".
Vale parola per parola anche qui. Non chiedetevi cosa l'intelligenza artificiale può fare per voi. Chiedetevi cosa potete fare voi perché resti una cosa collettiva. È lì che si decide se stiamo costruendo Babele o una città dove si abita insieme.


