Ultimamente quando parlo con le aziende mi viene rivolta spesso questa (intelligente) domanda: “non c’è il rischio che diventiamo troppo dipendenti, assuefatti, a queste nuove forme di intelligenza artificiale? Se poi per qualche ragione non potessimo più servircene, saremmo in grande difficoltà”.
Questo è un quesito inevitabile, dirimente. Che vale per l’intelligenza artificiale, come per tutte le altre grandi tecnologie che abbiamo realizzato e sono entrate in pianta stabile nella nostra vita, architravi su cui poggia l’umanità.
Alcune di queste sono intuitive: internet, i computer, l’elettricità, la macchina a vapore. Riuscite ad immaginare il mondo senza di esse? Chiudete gli occhi. Da domani sparisce Internet. Da domani scompare l’elettricità. Quanto siamo dipendenti da esse? Visceralmente. Non dico che la civiltà scomparirebbe nel giro di poco tempo, ma passeremmo un bruttissimo quarto d’ora collettivo.
Ci sono altre tecnologie che sono state talmente assorbite nel tempo che neanche le consideriamo più tali. L’agricoltura è una tecnologia, la scrittura è una tecnologia, la produzione di leghe metalliche è tecnologia, la ruota è una tecnologia, il fuoco è una tecnologia.
Quanto la nostra specie è dipendente da esse? In modo indissolubile, da millenni. La nostra capacità di diventare simbiotici con le tecnologie che inventiamo in modo da rendere alcune nostre capacità obsolete per fare spazio ad altre è letteralmente ciò che ci distingue dagli altri animali.
Quindi a quella domanda rispondo: sì, non solo c’è il rischio che ne diventiamo dipendenti, ma mi auguro che succeda il più presto possibile, in modo da passare al nostro prossimo stadio evolutivo.
L’obiezione a quel punto diventa: ma questa tecnologia è diversa dalle altre, ci emula nelle nostre facoltà cognitive. Fuoco, ruota, elettricità, internet, non erano così.
Può darsi, ma sono sicuro che lo stesso discorso venne fatto anche allora. Ognuna di queste grandi tecnologie era a suo modo “diversa” da tutte le precedenti, ci appariva più rischiosa, aveva dei risvolti potenzialmente catastrofici.
Questa AI, combinata alla robotica, minaccia di sostituire, presto o tardi, l’essere umano da tutti i lavori, fisici e cognitivi. Un disastro.
Un disastro? O una benedizione?
Qual è il nostro scopo? Per cosa ci industriamo? Per quale motivo studiamo, scopriamo, inventiamo, miglioriamo, cresciamo? Non lo facciamo forse, come specie, per superare continuamente i nostri limiti? E questi limiti non dipendono forse dalla nostra intrinseca condizione di scarsità?
I vincoli di scarsità che ci limitano sono molti, dalla produzione di energia, alle risorse naturali disponibili, alla produzione di calorie (cibo). Un vincolo importante è certamente la necessità di lavorare per produrre e sostentarci. Culturalmente, specialmente negli ultimi 150 anni il lavoro è stato edulcorato, è stato narrato come ciò che ci conferisce uno scopo, una dignità nella società. Un’operazione di nobilitazione furba per farci sentire il suo peso un po’ meno gravoso, eppure il lavoro (quello letterale, salariato, inevitabile per pagare vitto e alloggio) è in fin dei conti una prigione necessaria.
Penso che l’umanità sia destinata a rendere il lavoro completamente superfluo e penso che il benessere della nostra specie aumenterà a dismisura mano a mano che ci riusciremo.
Quindi ogni volta che riusciamo a rendere un lavoro non più necessario, dovremmo gioire, siamo un passo più vicini alla riuscita del nostro intento.
La cancellazione di lavori obsoleti è un fenomeno sempre esistito, c’è di nuovo che i progressi nell’AI e nella robotica accelereranno notevolmente il ritmo e la varietà con cui i lavori scompariranno. E no, è probabile che non ci sarà sostituzione, non per sempre almeno. Arriveremo a un punto (ancora assai lontano nel tempo) in cui per una occupazione cancellata, non ne sorgerà una nuova. Prima ancora accadrà che per una occupazione cancellata sarà quasi impossibile riconvertire chi la svolgeva in una diversa occupazione ancora necessaria, perché le persone hanno un grado molto basso di fungibilità. Provate a riconvertire un magazziniere in un cardio-chirurgo.
Questa forte situazione di tensione che si verificherà sui mercati del lavoro va vista da una prospettiva di possibilità, sarà una delle grandi forze trasformatrici di alcune delle istituzioni cardine su cui regge la civiltà, che stanno invecchiando, ma resistono alla metamorfosi di cui avremmo grande bisogno.
Parlo soprattutto del sistema scolastico e del capitalismo nella sua declinazione di società dei consumi di massa.
Il modo in cui istruiamo le persone dovrà essere raso al suolo e ripensato dalle fondamenta, avendo ben chiaro in testa che i lavori che esistono mentre le stiamo formando probabilmente non esisteranno più quando inizieranno a lavorare e che molte delle nozioni che apprenderanno saranno nel frattempo diventate sorpassate. Quindi il sistema andrà ristrutturato per renderlo capace di insegnare la fungibilità. La capacità di reimparare, di riqualificarsi in modo liquido e continuo per tutta la nostra vita.
Arriverà il giorno in cui questo comunque non basterà. Semplicemente (e auspicabilmente) non ci sarà più abbastanza lavoro necessario per tutti. Ma ci sarà una importante mole di lavoro necessaria per molti altri. Quello sarà il giorno in cui il sistema economico che abbiamo conosciuto negli ultimi 150-200 anni cesserà naturalmente di esistere, perché non sarà più possibile poggiarlo su piena occupazione, reddito privato, consumo, risparmio, tassazione, spesa pubblica. Inizieranno a sorgere interi comparti economici in cui il mix tra capitale (AI + robot) e lavoro umano sarà completamente sbilanciato, se non del tutto assente. Non ci sarà più la capacità di alimentare una domanda sostenuta di consumo col reddito da lavoro salariato.
Entreremo in un’epoca di grande trasformazione, sociale ed istituzionale, che dovrà anche essere attuata con una rapidità senza precedenti, una rapidità analoga a quella tecnologica, per evitare che il vecchio sistema imploda in sé stesso. Sono un inguaribile positivista, ho fiducia nell’intelletto umano e nella nostra inesauribile capacità di adattamento. Ci riusciremo. Non vivrò quei tempi, che sono lontani (anche se meno di quanto immaginiamo) ma mi sento fortunato a vivere oggi, in questi anni fertili e vibranti, che probabilmente saranno ricordati come l’avvento di una nuova fase per la nostra specie.


